il mio design
La trasformazione è una cosa che sento sulla pelle. Ne parlo moltissimo nel libro. La descrivo come un'inquietudine interiore che mi accompagna. A volte vorrei spingerla, accelerarla. Ma non funziona. Il meglio del lento ed inesorabile suo movimento lo colgo quando sono in totale silenzio e ascolto. Silenzio e respiro come due corde del pozzo da seguire per andare nel profondo e fare delle scoperte. Anche quando non la cerco lei si presenta e mi propone chiavi di accesso per essere non solo sentita e capita da me, ma anche per essere spiegata meglio agli altri. L'ultima occasione è stata durante un workshop a cui ho partecipato insieme a dei coach; abbiamo studiato un modello chiamato teoria degli stadi di complessità mentale di Robert Kegan. Questa teoria enunciata per la prima volta nel suo libro "The evolving self" delinea cinque ordini di sviluppo transizionale dell'individuo e della società. Non vi annoio con tutta l'analisi che ci è stata presentata e che abbiamo discusso e praticato. Il succo potrebbe riassumersi come segue: abbiamo un disperato bisogno oggi di lavorare sui nostri "sistemi operativi". Sul nostro "mindset", sul modo che abbiamo di vedere ed elaborare la realtà. Senza un "reset" della nostra mente non è possibile comprendere ciò che sta accadendo, all'economia, alla politica. Vogliamo capire il mondo sempre applicando lo stesso design, lo stesso sistema operativo. Per muoversi in modo efficace, per stare nel presente, per cogliere anche in modo istintivo cosa ci sta accadendo non è più sufficiente identificarsi con gli altri, catturare ciò che si aspettano da noi, interpretare il loro "design" mentale. Ma non è nemmeno più sufficiente riaffermare il nostro modo di vedere le cose, il nostro "design", le idee che abbiamo potenziato attraverso "credo" inscalfibili, cose che riteniamo vere e che ci ripetiamo, incrostrazioni nelle tubature della nostra mente. Le architetture mentali che ci posseggono, ci chiedono continuamente di essere riconfermate. Per non ripetere, per non fare sempre gli stessi percorsi, come insegnano molte discipline filosofiche e teologiche, pratiche meditative e psicofisiche è utile spingersi in un'osservazione distaccata del design\del processo mentale che ci possiede. Non solo osservare il mondo dall'interno della propria cornice, ma anche essere capaci di osservare da fuori la cornice stessa. I nostri punti di vista sono troppo "soggetti" a noi per permetterci di abbracciare cose che non conosciamo. Siamo troppo identificati. Far diventare "oggetto" il ns credo significa osservare da fuori il funzionamento della ns mente. Diventare un campo di osservazione. Posseggo un'emozione o è un'emozione che possiede me? La mente si può autotrasformare? Posso diventare un osservatore del mio "design" mentale? Cosa serve per mettersi nella posizione dell'osservatore? Per non identificarsi più con la mente? E' forse così che può accadere una trasformazione?

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