A need to reconnect
“The time for corporate dictatorships is over. This is our time.â€
Una frase secca, ad effetto, di sicura presa, ma che nasconde una profonda analisi sul mondo delle organizzazioni oggi. Questa frase è stata scritta da Francesco Guerrera sul Financial Times in un bell’articolo intitolato A need to reconnect.
Il pezzo in questione mette finalmente in chiaro la necessità di smontare uno dei principi cardine del business, ovvero il culto della creazione di valore per gli azionisti: l’immediata massimizzazione del profitto, il risultato di breve periodo, l’ansia del quarter che ha creato l’illusione di creare valore tutto e subito a spese di strategie e visioni che andassero al di là del perimetro aziendale, al di là – aggiungiamo noi – della generazione manageriale.. attuale.
Le fondamenta del capitalismo e le regole del gioco del corporate environment sono state messe a dura prova da questa crisi. Il sistema dei valori ed i principi operativi che hanno da sempre alimentato la psiche e i modi di vedere delle corporations sono da rimettere in discussione. I temi legati alla governance di un’azienda non sono più confinati all’interno dei Consigli di Amministrazione, delle boardrooms. Le decisioni importanti coinvolgono invece attori esterni, richiedono sconfinamenti virtuosi, partecipazione di stakeholders e comunità in grado di valutare l’impatto delle decisioni nel tempo, per più generazioni.
Riconnettersi con l’esterno. Riconnetersi con un esterno più ampio che va al di là dei clienti e fornitori, che tocchi l’ambiente, le comunità ed i gruppi di interesse e che sia capace di porsi anche domande relative all’impatto delle mie azioni oggi sulle prossime due generazioni
Federico Rampini commentando l’articolo del FT su Repubblica coglie nel segno citando i sistemi di valori che nelle scuole di business hanno ispirato la formazione dei manager, un “sistema perverso di superuniversità che allenavano i giovani ambiziosi e capaci a comportarsi come dei branchi di bestie feroci per fare carriera“.
Sfocano vecchi confini, si stemperano i vecchi modi del potere negli articolati reticoli di relazioni. Emerge invece un potere del network, come direbbero le filosofe del femminile. Una rete di accoglienza del pensiero diverso, un reticolo inclusivo dove la forza di un business è misurata attraverso l’abbondanza di relazioni e di benessere che è in grado di generare nel tempo.
C’è quindi bisogno di riconnettersi con se stessi per essere capaci di allargare un perimetro esterno, di costruire relazioni entrando in empatia con l’altro. Un lavoro grosso, difficile da demandare unicamente alle scuole di business. Per questo noi pensiamo sarà sempre più necessario lavorare sul “poteressere” per poter fare business.
Un pensiero su cui riflettere e discutere e un’affermazione di cui prendersi cura.

Sono andato a ripescare un recente articolo del NYT (22.3.09) dal titolo “Rethinking the role of a business school”. Jay O.Light, dean della Harvard Business School dichiarava: “We lived through an enormous extended period of financial goodtimes, and people became less focused on risks and risk management and more focused on making money. We need to move that focus back toward the center”. Alcuni “datori di lavoro” sollevavano dubbi riguardo alla validità di un MBA, suggerendo ai giovani di formarsi più “on the job” che nelle business school. Il dean di un’altra scuola di management asseriva che non possiamo più dire che non è colpa nostra “…when there is such a systemic widespread failure of leadership”.
Perlomeno, qualcuno se ne è finalmente accorto.
C’è bisogno di una riflessione sulla formazione dei leader… della classe dirigente come si dice in altri contesti. Essere “leader” è una proprietà relazionale che si forma attraverso i feedback positivi e negativi che sperimentiamo nei nostri esperimenti di interazione con le persone, sin da quando siamo bambini. Insomma è certo che il leader “fai da te” non esiste.
Non mi convince la competizione “sulle persone” che si vive in azienda, ma ancor prima all’università e a scuola. Vorrei più maestri capaci di stimolare una competizione “sulle idee”. Inseguire un’idea, affermarla, perderla ritrovarla condividerla… è un’attività molto diversa dal culto del comando e del sé. E’ un ricerca che ci porta fuori da noi stessi, ad assaggiare il mondo! Guardate kaospilot.dk : loro lavorano così