Sopravvivere senza visioni

Stamattina leggendo i titoli di giornali ho provato un senso di galleggiamento. Mai come in questi tempi il sentimento prevalente è quella di sopravvivenza di fronte a questa guerra fatta di spread, indici, bond e percentuali. E, insieme a questa, anche una certa impotenza di fronte a uomini che stanno decidendo il tuo futuro.
Poi ho letto il bel post di Marina Terragni dal titolo Ma voi ci credete?. E, condividendola, la sensazione si è amplificata. Marina va ancora più a fondo e per essere più incisiva utilizza la metafora della morte e scrive:
Io vedo terra, vedo tecnologie pulite, vedo energia alternativa, cose che durano, realissime. Il nostro “scheletro contadino”, il glocal della rete, la comunità che prende il posto della società. Io vedo questo.
Ma chi sta decidendo per noi, chi sta decidendo per tutti, chi cerca solo di far sopravvivere quello che è destinato a morire, di fare crescere quello che non crescerà più, che cosa vede?

Ecco, questa aria di morte, di qualcosa che è destinato a sparire, questa assenza di cose e riferimenti terreni ma anche di visione, porta a desiderare e a credere di più ai valori primitivi, alla terra, all'agricoltura, alle stagioni.
E l'immagine qui a fianco è piuttosto esplicativa.

Padre, moglie, manager, studente ... Peter Pan

Oggi sulle pagine culturali  di Repubblica c'è una bella intervista al sociologo Richard Sennett di cui viene ripubblicato un suo vecchio saggio dal titolo "Autorità: Subordinazione e insubordinazione: l'ambiguo vincolo tra il forte e il debole" (Bruno Mondadori). In realtà però l'attenzione si è concentrata sulla pagina degli spettacoli e in particolare su un'intervista a Fabio Volo che presenta il suo ultimo film.

Dice Volo "Non sono d'accordo con chi associa me alla sindrome di Peter Pan. Non è questione di una mancanza di crescita ma di un crollo dei ruoli. Forse anche mio padre e mio nonno non erano convinti di fare i mariti e i padri, ma lo sono diventati perché in fondo quelli erano i loro ruoli." Questa delle scelte non consapevoli e dei ruoli indotti dalla società è una tesi molto interessante e che attraversa anche Leadershit. Nella complessità contemporanea è sicuramente presente un forte processo di abbattimento delle barriere e, di conseguenza, anche una maggiore possibilità dei singoli di potersi liberare  dai ruoli che spesso sono vissuti come gabbie. Oggi le persone sono più libere di scegliere di rimanere single, di sposarsi, di andare a vivere in un'altra città, insomma, di scegliersi o non il proprio ruolo nella società
Proviamo a spostare il discorso verso un altro piano. Le organizzazioni sono basate sulla dinamica dei ruoli fissi:  fare carriera è un percorso fatto di ruoli indotti. Anche qui le cose stanno cambiando e le organizzazioni vogliono mettersi al passo con la società.
Proviamo a chiederci: quali saranno i modelli organizzativi dove il ruolo non sarà più centrale, o meglio non si aspirerà  più ad una casella/poltrona/etichette (VP, CEO, GM, Director, Supervisor, Advisor)? I laboratori e gli spazi creativi, insomma, un nuovo modo di stare insieme su un progetto, avrà ancora bisogno di strutture, caselle e ruoli fissi?
Una risposta non c'è.  Nuove forme per nuovi contenuti esistono già.

Spostare il cono di luce e... mettersi in ricerca.

Esercizi tecnici

Sembra necessario abbattere un'altra barriera. Un'altra dicotomia tanto di moda in questi mesi. Quella tra tecnica e politica. E come ricorda Marina Terragni nel suo blog con le parole bisogna stare attenti perchè fanno la realtà. In effetti l'intreccio tra tecnica e politica sta diventando nelle conversazioni una contrapposizione pericolosa  che ci fa credere che se c'è l'una, la tecnica , non c'è politica e viceversa. Ma se governare la polis da un lato è un atto politico, nel senso che diceva Platone ovvero ha a che fare con la giustizia, con il bene comune, con il senso del vivere insieme, dall'altro governare esige anche competenze, conoscenze, esperienza. Come scrive Carlo Galli sul Diario di Repubblica, benchè seducenti, tecnocrazia e autonomia della politica sono in realtà due ipotesi insoddisfacenti. La verità non sta nè nell'identificazione della tecnica con la politica (la tecnocrazia) nè nella loro contrapposizione frontale. Non separate, nè coincidenti tecnica e politica si coappartengono...la politica sa che non c'è una sola soluzione ai problemi reali (che appunto sarebbe tecnica) di una società, ma sempre più di una e di solito in conflitto. .Se i tecnici vogliono fare politica, dovranno perciò rinunciare a credere nell'univocità e nell'assolutezza dei propri saperi, e addestrarsi al confronto dialettico. Sostengono in molti che è arrivato il momento di una classe dirigente politica completamente rinnovata e ripensata nei modi, nel linguaggio, nelle facce. Che le cose non potranno essere più come prima e che è necessario politicizzare la tecnica e al tempo stesso tecnicizzare la politica. In un mondo complesso conoscere è indispensabile. Aver praticato le proprie conoscenze all'interno di professioni imprescindibile. Sapere perchè si è fatto dal vivo cambia il linguaggio, tutta la comunicazione verso l'altro. Riconosciamo e sentiamo subito una persona d'esperienza. Il linguaggio anche se forbito raramente è retorico, affettato, artificiale. La qualità e la forza delle parole di chi sa perchè sente muove all'ascolto, al rispetto, all'azione. C'è verità e autenticità nelle persone di esperienza. I testimoni muovono anche gli altri a fare qualcosa di utile, a rendere un servizio, a sforzarsi per dare il massimo. Se c'è una disciplina interiore, un esercizio costante che si ripete nella ns vita questo si sente...si trasmette. La comunicazione è più essenziale, è fatta di poche parole che entrano nella testa e convincono anche il cuore. I politici (e speriamo che facce giovani di donne e uomini...freschi e con occhi pieni di stupore riescano a ridare vita a questo modo di definire un'attività, una chiamata nelle istituzioni al servizio del paese) dovranno sapere, saper fare, sapersi mantenere e dunque guadagnare rispetto di se e da parte degli altri. Trasformarsi per trasformare. Stare in esercizio. Ho sempre ammirato la disciplina dei ballerini, il lavoro durissimo che fanno sul loro corpo. Mescolato con emozioni fortissime, capacità di sentire e muovere i cuori, far amare ed emozionare. Pochi gesti ma precisi....e che arrivano. E' l'arte che bussa...e forse anche in politica.

 

Futuro? Creatività femminile

Il numero di D Casa di Repubblica uscito lo scorso sabato era dedicato agli scenari futuri, così è stato chiesto a dieci persone (tra cui il giornalista Joshua Foer, il Country director di Google Italia Stefano Maruzzi e il designer giapponese Toshiyuki Kita) quali saranno gli elementi che caratterizzeranno la creatività nei prossimi vent'anni. Io ho scelto DONNA E CREATIVITA'

Perché contano, oggi più di ieri? "Credo che la creatività aiuti a trasformare ciò che è più vicino, che abita dentro e fuori di noi. I progetti più visibili si nutrono di piccoli e continui gesti creativi: l'ascolto del corpo, l'osservazione del respiro, l'attenzione che doniamo agli altri, l'immersione nella natura, nell'arte, nel silenzio".

Quali semi daranno frutti creativi domani? "Il praticare percorsi di ricerca e ascolto della propria vocazione per entrare in sintonia con le nostre qualità uniche. Scoprire la via di accesso nel mondo per un nostro talento è energizzante ed è un progetto creativo che non muore mai".

Il mondo tra 20 anni. "Lo vedo in ascolto dell'autorità ed esperienza femminile. Anche per superare i conflitti che affaticano l'esistenza: le separazioni tra corpo e spirito, vita e lavoro, forza e fragilità, maschile e femminile, pubblico e privato".

il mio design

La trasformazione è una cosa che sento sulla pelle. Ne parlo moltissimo nel libro. La descrivo come un'inquietudine interiore che mi accompagna. A volte vorrei spingerla, accelerarla. Ma non funziona. Il meglio del lento ed inesorabile suo movimento lo colgo quando sono in totale silenzio e ascolto. Silenzio e respiro come due corde del pozzo da seguire per andare nel profondo e fare delle scoperte. Anche quando non la cerco lei si presenta e mi propone chiavi di accesso per essere non solo sentita e capita da me, ma anche per essere spiegata meglio agli altri. L'ultima occasione è stata durante un workshop a cui ho partecipato insieme a dei coach; abbiamo studiato  un modello chiamato teoria degli stadi di complessità mentale di Robert Kegan. Questa teoria enunciata per la prima volta nel suo libro "The evolving self" delinea cinque ordini di sviluppo transizionale dell'individuo e della società. Non vi annoio con tutta l'analisi che ci è stata presentata e che abbiamo discusso e praticato. Il succo potrebbe riassumersi come segue: abbiamo un disperato bisogno oggi di lavorare sui nostri "sistemi operativi". Sul nostro "mindset", sul modo che abbiamo di vedere ed elaborare la realtà. Senza un "reset" della nostra mente non è possibile comprendere ciò che sta accadendo, all'economia, alla politica. Vogliamo capire il mondo sempre applicando lo stesso design, lo stesso sistema operativo. Per muoversi in modo efficace, per stare nel presente, per cogliere anche in modo istintivo cosa ci sta accadendo non è più sufficiente identificarsi con gli altri, catturare ciò che si aspettano da noi, interpretare il loro "design" mentale. Ma non è nemmeno più sufficiente riaffermare il nostro modo di vedere le cose, il nostro "design", le idee  che abbiamo potenziato attraverso "credo" inscalfibili, cose che riteniamo vere e che ci ripetiamo, incrostrazioni nelle tubature della nostra mente. Le architetture mentali che ci posseggono, ci chiedono continuamente di essere riconfermate. Per non ripetere, per non fare sempre gli stessi percorsi, come insegnano molte discipline filosofiche e teologiche, pratiche meditative e psicofisiche è utile  spingersi in un'osservazione distaccata del design\del processo mentale che ci possiede. Non solo osservare il mondo dall'interno della propria cornice, ma anche essere capaci di osservare da fuori la cornice stessa. I nostri punti di vista sono troppo "soggetti" a noi per permetterci di abbracciare cose che non conosciamo. Siamo troppo identificati. Far diventare "oggetto" il ns credo significa osservare da fuori il funzionamento della ns mente. Diventare un campo di osservazione. Posseggo un'emozione o è un'emozione che possiede me? La mente si può autotrasformare? Posso diventare un osservatore del mio "design" mentale? Cosa serve per mettersi nella posizione dell'osservatore? Per non identificarsi più con la mente? E' forse così che può accadere una trasformazione?

i nutrimenti dell'anima 1 -ritagli-

O  le radici dell'anima. "Tutto ciò che riguarda la disciplina del corpo necessita di un nutrimento; analogamente anche ciò che chiamiamo anima (nome che attraversa tutte le culture e che si comprende con facilità qualunque sia l'orientamento) ha bisogno di nutrimento.Si può senza dubbio affermare che c'è un alimento materiale, quasi palpabile non solo per il corpo ma anche per l'anima". Così esordiva la mia filosofa preferita Annarosa Buttarelli durante uno dei suoi seminari presso la scuola di Yoga che ho seguito negli ultimi 4 anni. E da lì un vero percorso attraverso lezioni cesellate da  parole che scavano dentro, che sono già delle pratiche attive; un percorso iniziatico di quelli che coinvolgono l'anima ed il corpo insieme. Doni che per essere trasmessi non possono avvalersi solo delle competenze del trasmettitore ma che hanno bisogno di qualità più vicine a quelle di un mistico. Lezioni che diventano meditazioni sapienziali e che seguono un filo d'oro di saggezza che appartiene ad un'area umana molto ampia e che attraversa tutte le culture: induista, araba, quella dei nativi di America e dell'estremo Oriente. Delle persistenze extrastoriche che, come sottolinea Annarosa, lavorano su dei punti umani, della vita animale umana che sono sopra le caratterizzazioni storiche. I nutrimenti dell'anima sono dunque cibi che permettono una vita ed una salute spirituale. Se vengono meno la nostra anima soffre. E siccome oggi si cerca tanto la forma ideale del corpo attraverso una ricerca ossessiva di perfezione della forma fisica, sembrerebbe opportuna e contemporanea anche una riflessione su quegli alimenti che ci possono consentire una ricerca di perfezione dell'anima. Una sua forma di bellezza e di equilibrio al di là di "credo" legati a condizioni spirituali e geografiche precise. Per riattivare questo necessario metabolismo interiore Annarosa Buttarelli ci presenta una serie di ingredienti come dicevo prima extrastorici, buone basi per elaborare ricette per il governo della vita interiore e di quella associata, politica. Ricette appunto trasformative.

Ma dopo aver attizzato la curiosità di coloro che vorrebbero saperne di più...qui per oggi mi fermo con l'esplorazione colta e che appartiene ad una saggezza del mondo e da sempre, più o meno sotto traccia,  presente.Riprenderò con metodo ciascuno di questi ingredienti in post successivi per provare ad analizzarli, a calarli nelle pratiche di vita. Adesso mi limito a segnalare due nutrimenti spontanei che mi appartengono e che non ho ancora collocato-per pigrizia- all'interno dei 12 nutrimenti di base su cui Annarosa Buttarelli ci ha edotti condividendo con un gruppo ristretto la sua ricerca. Tra le cose che nutrono la mia anima segnalo oggi: mangiare per la strada e ritagliare pezzi di carta, articoli e spezzoni da giornali di qualunque tipo da tutto il mondo. Quella dei ritagli è una vera malattia, a volte dalle derive un po' ossessive ma che, di fatto, mi ha sempre nutrito alla grande.

Il ritaglio di oggi è tratto da una rubrica su D di Repubblica tenuta del filosofo e scrittore pop Franco Bolelli dal titolo: si fa così.

"eppur non è così complicato. Quando da una parte ti propongono un modello femminile tristemente volgare e dall'altra uno tristemente virtuoso. Quando da una parte c'è un modello maschile ridicolmente machista e dall'altra uno sciaguratamente devirilizzato. Quando questi vogliono la licenza di farsi i propri comodi e quelli un rigorismo prescrittivo. Quando di qui c'è un divertimento sguaiato e di là intelligenza senza lampi, qui c'è disprezzo per la cultura e là cultura con la puzza sotto il naso, e altre cose così. Ecco, se le alternative sono queste, non dovrebbe essere complicato dire a tutti quanti: no grazie.Tanto più che, personalmente, vedo tanti esseri umani, progetti, idee che non sono nè in un modo nè  nell'altro ma che propongono modelli più completi, più ricchi, più avanzati. Non è vero, proprio no, che il mondo è quello là, quella è soltanto una guerra tra clan. C'è un mondo-tanti mondi personali- che sta sopra, sotto, a lato, attraverso, parallelamente, e che va evidenziato, valorizzato, messo al centro della scena. Per quegli altri là, è tempo di un paletto di legno e di una pallottola d'argento".

 

Spiritualità è Impegno

La settima edizione di Torino Spiritualità è dedicata quest'anno a interrogarsi sugli scenari futuri che attendono l'umanità. IN FINE, vivere sul limite dei tempi: quattro giorni di dialoghi, incontri, mostre e spettacoli per affrontare le paure millenaristiche e rovesciarle in qualcosa di diverso, una prospettiva inedita su un futuro da costruire.

Sabato 1 ottobre alle ore 15 presso la Cavallerizza Reale incontrerò Antonietta Potente per parlare di spiritualità come forma di impegno.  In questi ultimi anni dentro la parola spiritualità è entrato di tutto. Solo navigando a vista attraverso incontri, pratiche, discipline e tante letture è forse possibile forgiare un proprio senso di questo termine. Solo attraverso tanta timidezza ed umiltà è possibile imbastire una conversazione per portare ad altri la propria ricerca e studio, la propria storia. Questo è ciò che proverò a fare insieme ad Antonietta partendo da alcuni punti, parole chiave e tracce della sua e della mia esperienza:

  • impegno e inquietudine
  • attraversare la realtà
  • scovare la propria responsabilità
  • tornare ad essere protagonisti
  • essere se stessi
  • agire nella trasformazione
  • osservare il nostro mondo come luogo delle possibilità.
  • paesaggi e luoghi inediti per una ricerca spirituale

 

 

Star dentro le cose

Come ho già scritto nel precedente post, questo pomeriggio (alle 15.3o) incontrerò Antonietta Potente al Festivaletteratura di Mantova nella Chiesa di S. Maurizio. Questo è un incontro molto importante per me. Sebbene conosca Antonietta solo da pochi anni e i nostri percorsi siano molto diversi e distanti, la sento oggi molto vicino a me perché credo che stiamo facendo un pezzo di cammino insieme. I nostri due libri usciti in contemporanea credo che siano accomunati da un tema comune, una forma di verità, uno spirito del tempo e di ciò che ci sta accadendo, il voler dar voce ad un inizio.
Il libro di Antonietta fondamentalmente propone un itinerario mistico come itinerario politico. Per Antonietta la mistica significa star dentro le cose e le relazioni per comprenderle meglio e per cogliere il senso profondo della vita e degli avvenimenti, assumendosi responsabilità, inventando qualcosa da mettere alla prova della realtà, nel quotidiano.
Mai come oggi la politica è "fuori" dalla realtà; oggi la politica è possesso, potere, stravogliemtno della realtà. Questo perché le ideologie e i modelli di riferimento, uguali per tutti, risultano insufficienti: c'è sempre un nemico da identificare, e un salvatore, un leader salvifico che trasforma l'etica in morale.
Ed è questo uno dei tanti punti di incontro tra Leadershit e Un Bene Fragile.
Antonietta sostiene che l'etica siamo noi anche se nella realtà dei fatti c'è sempre qualcuno che se ne vuole sempre appropriare per farci la morale su ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Ecco, io qui ci trovo una similudine con ciò che scrivo sul mio libro. Leadership ed etica sono due termini "antipatici". Come io ho cercato di smontare il concetto di leadership all'interno delle organizzazioni, Antonietta fa più o meno lo stesso sulle strutture religiose e politiche, apparenti dimore di ideologie e sogni di vita ma che in realtà sono solo musei di dottrine e utopie all’interno delle quali è impossibile vivere.
Questo è solo uno dei tanti spunti di cui il libro di Antonietta Potente è ricchissimo. Lo riprenderò nei prossimi post. Intanto vi invito a leggerlo e a venirci ad ascoltare a Mantova.

La via della mistica come nuova politica al Festivaletteratura di Mantova

Secondo la teologa Antonietta Potente, nella sua connotazione più profonda la mistica è il desiderio di essere protagonisti nella storia osando un altro modo di avvicinamento al mistero. “Quando parlo di mistica politica”, afferma Potente, “mi riferisco all’esperienza consapevole di coloro che vivono stando dentro”: stare dentro è una disposizione opposta alla superficialità, alla distanza o alla superiorità: significa stare dentro quello che accade, dentro le relazioni e la comprensione delle cose per riuscire a cogliere il senso profondo della vita e degli avvenimenti. Il quotidiano è, per l’autrice di Un bene fragile, l’unico spazio etico in cui possono nascere le risposte ai grandi quesiti che ci pone la contemporaneità.

Andrea Vitullo incontra  Antonietta Potente al Festivaletteratura di Mantova venerdì 9 settembre alle ore 1530 nella Chiesa di S. Maurizio.

Leadershit agostana

Agosto, si sa, è un mese in cui l'informazione rallenta o si prende una pausa. Anche sulla rete. Nonostante tutto però, si è continuato, per fortuna, a parlare di Leadershit e tutte le citazioni che ci sono state in questo periodo provengono da donne e dal femminile. E' un puro caso o un chiaro messaggio?

Ma andiamo a vedere meglio chi ha parlato di Leadershit in queste settimane.

La prima è Patrizia Sanvitale, giornalista, sociologa e scrittrice che si occupa di filosofia orientali e filosofia dell'alimentazione. Nel suo blog ha voluto dedicare un post al libro e, in particolar modo, a una pagina. La 128. Considerato il curriculum di chi scrive si evidenzia il lato più spirituale del libro

La seconda è del portale Donne Sul Web che fa una breve recensione al libro a seguito della presentazione del libro alla Feltrinelli di Roma, concentrandosi sulla leadershit nelle organizzazioni.

La terza è su D di Repubblica. Qui invece si prende in considerazione il tema della leadershit più orientata verso la rete.

Tre citazioni. Tre aspetti differenti. Un unico comune denominatore: il femminile. Ripeto la domanda: è solo un caso?